La casa del padre

Proprio come in "Tifone" di Conrad quando, nella cabina del comandante, la rassicurante presenza di un asciugamano di lino bianco, ben stirato e appeso al solito posto, era il segno di un esito felice in un universo che pareva capovolgersi durante una terribile burrasca, le cravatte appese nell’armadio assicuravano che tutto sarebbe andato bene a dispetto di qualunque tempesta.
La casa del padre ormai assente è insieme mappa e territorio in cui cercare tracce da misurare e valutare; mi sono mosso tra stanze e oggetti a lungo usati, arrivati ormai al punto di dover essere spostati, divisi, abbandonati ma che hanno comunque lasciato la loro impronta nella forma che hanno dato allo spazio.
Ho fotografato il vuoto, quel vuoto che abita nella casa e nella memoria e che ha la forma di qualcosa che prima lo riempiva; vuoto animato dal ticchettio di una sveglia senza carica, da un odore sopravvissuto su una mensola, dalla sensazione tattile, morbida e ruvida delle pagine di libri sfogliati e letti non so quante volte.
Le memorie, i discorsi interrotti, le parole non dette sono tutte lì, mescolate le une con le altre, con i granelli di polvere, insieme a loro posate sui tavoli, le mensole, gli oggetti. Per ravvivarle basterebbe affondare gli occhi nel vaso dalla stretta imboccatura. E i frammenti smossi dal nostro sguardo, si accenderebbero come improvvise e fugaci scintille a rischiarare la penombra e a indicare sulla mappa uno dei possibili sentieri da percorrere.
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